Cultura
Sant’Agostino in Campo Marzio
 
di Antonio Mazza
 

  Quale occasione migliore per visitare una delle più belle chiese di Roma dello sceneggiato su Sant’Agostino, soprattutto perché all’interno vi è sepolta Santa Monica, la madre tanto nominata nelle “Confessioni”, preziosa guida nel suo percorso umano e spirituale? E, dunque, rechiamoci nel cuore di Campo Marzio dove, a pochi passi dal Senato, nella piccola piazza di Sant’Agostino, s’erge la semplice ma ariosa facciata tardo quattrocentesca della chiesa.
  Semplice, appunto, che non lascia certo presagire la densità dell’interno, con quel rincorrersi di capolavori fra le navate, dove ogni statua, quadro, affresco è come partecipasse ad un inno alla bellezza. Appena entrati ecco la Madonna del Parto, cara alla “pietas” popolare, scolpita in forme classiche da Jacopo Sansovino, allievo di quell’Andrea Sansovino che fu con Bramante alla Casa di Loreto (si chiamava Jacopo Tatti e mutò il cognome in Sansovino ad onore del suo maestro). Una Madonna di sapore michelangiolesco, un po’ manierista, che le popolane, nell’800, in segno di devozione, erano use abbellire con diademi, ciondoli, gioielli, suscitando l’ironia di quello screanzato del Bellli (sonettto 852). E di forte, quasi aspro gusto popolare, come tensione d’insieme, è anche uno dei capolavori del Caravaggio, nella prima cappella della navata sinistra, la celebre “Madonna dei Pellegrini” (1606), che suscitò scandalo per la rappresentazione troppo verista cui la luce, quella particolare luce del Merisi, che si spalma sulle figure, incidendole fin nei particolari, dava ancora più risalto.



Destò scalpore l’atteggiamento della Madonna con il bimbo fra le braccia, per nulla ieratica, bensì umile ed immediata, come poteva essere una popolana di Borgo, ma più scalpore fecero quei piedi sporchi dei pellegrini in primo piano, cosa peraltro non nuova per il pittore (così fu anche nella prima versione di “Matteo e l’Angelo”, distrutta durante l’ultima guerra). Di certo Caravaggio ruppe completamente gli schemi della pittura sacra, rifiutandone un agiografismo fine a se stesso, ma non per questo svilì il concetto in sé di “sacro”, anzi, con il suo realismo lo rese più dolente: più umano.
  Originaria dei tempi di Bonifacio VIII, inaugurata sotto Sisto IV (vedi la scritta sulla facciata), poi restaurata nel '700 e nell’800, la chiesa di Sant’Agostino, conserva ancora in parte la sua originaria impronta rinascimentale. Interno trinavato a croce latina, che descrivo soffermandomi solo nei punti più notevoli, altrimenti, essendo il luogo uno scrigno d’arte, dovrei scrivere un saggio. La cappella accanto al Caravaggio è stata strutturata dal Bernini, nella seguente da notare “L’apparizione di Cristo a Santa Chiara”, un bel lavoro barocco di Sebastiano Conca, allievo del famoso Solimena, poi andiamo nel transetto. Magnifica la cappella con “San Tommaso da Villanova e la Carità” ed altre sculture, opere di  Ercole Ferrata, formatosi alla scuola dell’Algardi (ma epigone del Bernini), e del suo allievo Melchiorre Caffà. Dopo una cappellina con affreschi del Lanfranco, un grande dell’illusionismo prospettico, la cappella ove riposa Monica, la madre di Agostino (“eravamo ad Ostia Tiberina quando mia madre morì”, scrive nelle “Confessioni”). L’altar maggiore, di fattura berniniana, racchiude un’icona bizantineggiante della Madonna Odighitria, cioè che indica la Via (una chiesa a lei dedicata è in via del Tritone, innanzi al Messaggero. E poi, naturalmente, bisogna ricordare Grottaferrata, con la Theothòcos, Madre di Dio). La cupola è stata progettata dal Vanvitelli.
 




Transetto destro. La fastosa cappella di San Nicola da Tolentino e, a lato, quella di Sant’Agostino, con l’allegorica pala d’altare firmata dal Guercino e, ai lati, due tele del Lanfranco, di forte drammaticità. Dopo la sobria sagrestia la cappella del Crocifisso, pregevole opera di fine XV secolo, quella di San Pietro, con uno splendido quanto severo Padre Eterno affrescato dal Pinturicchio, dolcissimo pittore umbro allievo del Perugino, che a Roma lasciò opere notevoli (Vaticano, Ara Coeli, Santa Maria del Popolo). Proseguiamo. Dopo la cappella di Santa Rita, opera sofferta di Giacinto Brandi, la tenera Madonna delle rose, e, ad inizio navata, una pregevole Santa Caterina di Marcello Venusti, allievo di Michelangelo. Ma la visita non è finita, vi sono ancora due perle al centro della chiesa. Sul terzo pilastro a sinistra il profeta Isaia, affresco di Raffaello che, nella sua monumentalità, ricorda i profeti dipinti da “Michelagnolo” nella Sistina e, sotto, Sant’Anna, la Madonna e il Bambino, gruppo scultoreo di eccezionale levità espressiva eseguito da Andrea Contucci detto il Sansovino (“non si può tanto lodare quest’opera che basti”, scriveva il Vasari).
  Certo c’è ancora altro da vedere, le tombe monumentali, le opere di artisti minori, i tanti particolari, Sant’Agostino è davvero una chiesa-museo (cosa del resto non nuova per Roma) e la cosa importante è che sia rientrato l’allarme crollo che ci ha tenuti in angoscia per qualche anno (ne scrissi a suo tempo). Niente più impalcature, visione d’insieme libera ma, dopo aver compiuto la visita, sarebbe interessante approfondire il pensiero dell’autore de “Le confessioni” e “De Civitate Dei”, due opere stimate anche dai non credenti per il loro valore letterario e di documento. Poiché ci troviamo in una chiesa dell’Ordine Agostiniano è facile avere uno scambio di idee, magari con il Parroco, il dinamico Padre Eramo, sempre disponibile quando si tratta di problemi che riguardano il dialogo su quel sottile crinale che divide la religiosità dall’etica laica. E c’è molto in comune, più di quanto non si pensi. 



 
(03.01.2010)


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Contributi presenti

04/02/2010 12.58.29 serena:
Concordo col Direttore, a S. Agostino c'é davvero da perderci la testa. Io trovo che in pochissime altre chiese di Roma si provino emozioni che si provano qui, eppure anche altrove ci sono eccelsi capolavori. Invito gli appassionati di garbi un salto: non se ne pentiranno.

06/02/2010 9.58.54 a.eramo:
Grazie! Molto "padrone" della materia e. della spiritualità| A presto.

 
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