Attualitą
Il carnevale romano
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di Antonio Mazza
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 “Il Carnevale di Roma non è una festa data al popolo, ma festa che il popolo dà a se stesso”. Così scriveva Wolfgang Goethe nel 1788, assistendo a quel gran teatro che era appunto il Carnevale romano, allorché “…un semplice segnale autorizza ciascuno ad esser pazzo e stravagante quanto gli pare e piace ed annunzia che, salvo le bastonate e le coltellate, tutto è permesso”. E’ il ricordo dell’origine della festa, forse i giochi pagani dei Lupercalia o i Saturnalia, che livellavano ogni differenza sociale, proprio come scrive Goethe: “Le distinzioni di classe spariscono: tutte le classi si confondono e nessuno si offende né si scandalizza delle avarie che gli possono toccare”. E ancora: “Il segnale è dato dalla campana del Campidoglio; le botteghe si chiudono, tutti smettono di lavorare; i balconi, le finestre del Corso sono addobbati con drappi e tappeti, e la strada che diviene un’immensa sala di festa, è piena di gente. I soldati del Papa, guidati da un generale e a suon di banda, entrano nel Corso e vengono distribuiti in modo da vegliare al mantenimento dell’ordine”.
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Fino al 1870 quando, con la fine del regno pontificio, cambiarono radicalmente usi e costumi, il carnevale romano si svolse con una certa regolarità, dopo che Paolo II Barbo, nel 1467, lo aveva praticamente fatto rivivere (il clima non certo licenzioso della Roma medioevale lo aveva confinato nei prati di Testaccio, riducendolo ad innocui giochi campestri). Nel tempo divenne un tripudio di maschere, carri allegorici, divertimenti spesso discutibili nonché momenti di grande spettacolarità, come la “festa dei moccoletti” e, attrazione internazionale, “la corsa dei Barberi”. Era il culmine della festa, con questi cavalli di piccola taglia allevati nella campagna romana che, senza fantino, correvano da piazza del Popolo fino a piazza Venezia e qui, in via della Ripresa dei Barberi, venivano fermati da un gran telone. “Veloci come il vento, essi volano lungo il passaggio lasciato sgombro dalla folla, per tutta la lunghezza del Corso, e con pallottole pesanti irte di punte sospese ai fianchi, per incitarli sempre più”. E’ Charles Dickens, che al carnevale romano dedica pagine fra le migliori pervenuteci come testimonianza diretta di quegli avvenimenti.
“Ecco i moccoli!”. Un grido si propaga fra la folla che, già eccitata per la corsa dei cavalli, si entusiasma ora per un nuovo gioco. Ai balconi, sulle carrozze o in mano a gente che va a piedi, appaiono candele sempre più numerose, finché il Corso è tutto un formicolare di luce. Il divertimento è tutto nello spegnere la fiammella altrui, “Senza moccolo! Senza moccolo!” e si scatena una battaglia incruenta, dove chi s’arrampica sui carri, chi ai balconi, chi spinge il vicino in strada. “Ogni maschera deve avere un moccolo in mano che deve conservare acceso, mentre deve cercare di spegnere quello delle altre maschere”, scrive Goethe. Poi, e ritorniamo a Dickens, “quando, mentre le grida entusiastiche e il divertimento sono al colmo, i tocchi dell’Ave Maria risuonano dai campanili e il carnevale in un momento è finito, quasi spento con un soffio, come se fosse un cero!”.
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“Finalmente è spicciato carnovale,/ corze, balli, commedie, ogni ariduno:/ sò tornate le cennere e er digiuno:/ mò de prediche è tempo e de caviale”./ De tanti scialacori oggi gnisuno/ po’ soverchià chi non ha uperto l’ale:/ er zavio e ‘r matto adesso è tal e quale:/ o s’è goduto o nò, semo tutt’uno./ Addio ammascherate e carrettelle,/ pranzi, cene, confetti e caramelle./ Er carnevale è morto e seppellito:/ li moccoli hanno chiusa la funzione:/ nun ze ne parla più: tutt’è finito”. Il Belli, naturalmente, con la sua bonomia un po’ cinica, così squisitamente romana, che in nulla crede perché tutto passa e va. Domani inizia Quaresima, “domani ar Mementò-chià-purvissesse” (Memento homo, qui pulvis es). E così sia.
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(06.02,2010)
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