Cultura
I pittori della Campagna Romana
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di Antonio Mazza
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 L’Italia e Roma nei secoli passati, tappa d’obbligo per i pellegrini diretti alla tomba di Pietro (i “romei”) nonché per i semplici viaggiatori, alla scoperta di un mondo dove Natura e Arte si combinavano in felice simbiosi. Pellegrinaggio religioso e pellegrinaggio laico (mi riferisco in particolare al “Grand Tour”), con lo stabilirsi nella penisola di colonie di artisti stranieri, in genere pittori, fascinati dalla particolare luce italica e dai paesaggi di spesso struggente bellezza. Ed essi si stabilirono soprattutto a Roma, a cominciare dai fiamminghi, e furono i Bamboccianti, i Nazareni, i Preraffaelliti e tutti quelli, europei e poi anche americani, il cui punto di ritrovo era il Caffè Greco.
“La Campagna Romana dai Bamboccianti alla Scuola Romana” è il titolo della mostra in programma al Vittoriano, oltre un centinaio di opere fra stampe, oli ed acquerelli che evocano quel vasto paesaggio sparso di rovine e di silenzio, di greggi brade e pastori sfiniti dalla malaria che era appunto la Campagna Romana. Primi a narrarla, insieme a Lorrain e Poussin, i seguaci del Bamboccio, il fiammingo Pieter van Laer, con quella pittura colorita, dal tocco un po’ picaro che descrive personaggi e situazioni, trovando emuli anche in Italia (per esempio Michelangelo Cerquozzi, qui esposto).
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In genere la Campagna viene vista e rappresentata in chiave di epos bucolico, come nei quadri di Philip Peter Roos, il famoso Rosa da Tivoli, ed altri dove il tratto idilliaco tende ad ammorbidire le asprezze della vita di campagna (vedi, ad esempio, Pietro Domenico Olivero). Non era, infatti, un bel vivere, con la “mal’aria” che, al calar della notte, diventava la padrona assoluta dell’Agro Romano, dove il giorno dopo si recavano in processione le confraternite per dare cristiana sepoltura alle vittime (in Via Giulia sorge la chiesa dalla quale partivano i “fratelloni” per la loro opera pia).
Campagna come fantasia, ed ecco i “capricci” di Hubert Robert, che fece un “voyage pittoresque en Italie”. Ma anche Campagna come usi e costumi, vedi Horace Vernet o Verlin Venceslao, pittori che si recano ai Castelli, in quelli che erano allora borghi con poche anime, per riprendere sia le persone, sia il paesaggio (e il lago di Albano è il più gettonato: Verstappen, Knébel, eccetera).
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E siamo nell’800, il segno si fa romantico, Josephus Augustus Knip, Penry Williams, socio dell’accademia di San Luca, Charles Coleman, Solomon Corrodi, fino a Nino Costa, di gusto quasi preraffaellita, ed ai XXV della Campagna Romana. Interessante anche l’aspetto puramente romano, di paesaggi cittadini, come documento d’epoca, dalle stampe di Antonio Tempesta (di lui ricordo la notevole quanto articolata pianta di Roma del 1593) ai dipinti di Paolo Anesi, Johann Jacob Frey, Filippo Indoni, Enrico Coleman, Ippolito Caffi, un folto gruppo dei magnifici XXV (Filippo Anivitti,Onorato Carlandi, Ettore Ferrari, Giulio Aristide Sartorio ed altri). E si arriva ai giorni nostri, la Scuola Romana, con Corrado Cagli, Giulio Turcato, Francesco Trombadori. Ovviamente non manca la presenza del buon Pinelli ad insaporire una mostra che si raccomanda sia agli studiosi, sia agli appassionati di cose romane sia, infine, ai semplice curiosi. Insomma un appuntamento SPQR da non perdere.
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“La Campagna Romana dai Bamboccianti alla Suola Romana”,
complesso del Vittoriano (ingresso da Via dei Fori),
fino al 14 febbraio, lunedì-giovedì ore 9,30-19,30.
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(08.02.2010)
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