Eventi
L’America di Hopper
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di Antonio Mazza
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 America, il continente dei vasti spazi e dei grandi silenzi, il paese delle città di palazzi che traforano il cielo ma anche delle comunità rurali che ne rappresentano l’anima antica, quando qui era il Nuovo Mondo. E sono due anime che tuttora convivono e se l’una, quella della metropoli, appare soverchiante, pure l’altra, quella delle “farms” sparse sul territorio, ne è il controcanto. La sottile, intensa nostalgia di un mondo perduto, l’America dei Fathers, i Padri, ma in entrambe è quel senso di vastità che essa esprime, la dilatazione dello spazio, un respiro che impregna di sé tutta la cultura americana.
Non ci sono confini, l’orizzonte è sempre oltre qualcosa, una frontiera che si sposta di continuo ed è il retaggio dei pionieri, ormai sedimentato nell’inconscio collettivo. E ciò significa un’immagine spesso impalpabile che si sovrappone alle altre, l’ombra della solitudine, racchiusa sia nella vita rurale, sia – e con maggior forza – nei ritmi metropolitani. Solitudine ben percepita ed espressa nell’arte americana, in particolare la pittura, che, come la poesia, coglie e rende eterni l’attimo e la sensazione dell’attimo. E credo sia proprio questa la premessa giusta per introdurre Edward Hopper, personaggi e cose immersi in un isolamento totale: la sua pittura come una lunga narrazione per capitoli di solitudine.
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Nasce a New York nel 1882 e dimostra sin da ragazzo attitudini artistiche, studiando poi grafica pubblicitaria e frequentando la School of Art, allievo di Robert Henri. Dopo un viaggio in Europa e la conoscenza, a Parigi, degli impressionisti e della corrente fauve, si dedica interamente al disegno ed alla pittura. Non ottiene un successo immediato, la sua è una lenta e graduale ascesa, dapprima affermandosi come grafico, poi quel suo modo tutto particolare di riprendere momenti di american way of life comincia a fare breccia. Scene quasi congelate in un’aura rarefatta, come di vite sospese, dalle quali promana una quieta malinconia. Uno “spleen” tutto americano, dove la solitudine si fa dimensione spaziale.
Prima, però, c’è il tuffo nella dimensione parigina, forme e colori, l’influenza soprattutto di Degas, ma anche Renoir, Toulouse-Lautrec, Pissarro. E sono prospettive parigine piene di luce, sia Notre-Dame, la Senna o altro, un effervescenza che culmina in “Soir Bleu” (1914), vero e proprio capriccio pittorico. Ma il ritorno in patria comporta una svolta in tutto: nel segno, nei temi, nelle atmosfere. Alle accensioni parigine segue ora una pittura più intimistica, raccolta nelle linee e nei toni, dove Edward sviluppa quella originaria precisione grafica che gli aveva dato una certa notorietà (e, in particolare, cito “Boy and Moon”, 1907, che rimanda a “Little Nemo”, famoso fumetto di quegli anni).
Ed ecco la “sua” America qui esposta in oltre 160 opere, figure, particolari prospettici, squarci di paesaggi urbani o rurali e tutto appare come imprigionato in una levità magica.
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Qualcuno ha scritto che Hopper “dipinge il silenzio” ed è vero, ne avverti la vibrazione nelle opere, quasi lo vedi (ad esempio “Small Town Station” (1920) o “Cape Cod Sunset” (1934). Silenzio che poggia sulle cose e sulle persone, in egual misura, divenendo muto linguaggio fra loro stessi e fra loro e l’ambiente. “Blackwell Island (1928), “The Sheridan Theater” (1937), “Pennsylvania Coal Town” (1947), “South Carolina Morning” (1955), “Second Story Sunlight” (1960). Qualche titolo fra i più significativi.
E’ sorprendente come Hopper attraversi praticamente quasi intero il secolo XX, denso, oltre che di eventi storici, di processi artistici, specie nel campo pittorico, e resti sempre fedele a se stesso (salvo la puntata parigina e qualche suggestione espressionista, tipo “Night shadows”, 1921). Si potrebbe definire monocorde ma non lo è, impegnato a riprodurre la sua terra e la sua gente con una estrema limpidità di linguaggio. Realismo viene definito il suo stile, io lo chiamerei naturalismo pittorico, perché manca quel minimo di criticità insita nel tocco realista (come avviene per Robert Henri, di cui Hopper fu allievo, o Grant Wood, del quale ben apprese la lezione pittorica).
Per Hopper le cose sono e basta, semmai la sua preoccupazione è la luce, che nei quadri è come bagnasse persone e cose (“Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una camera”). Un rarefatto ed al contempo vivido chiarore che già esprime solitudine e avviluppa sia i raccolti paesaggi umani (come l’umanità minuta di “Girlie Show”, 1942), sia quelli urbani (“Macomb’s Dam Bridge”, 1935), sia, infine, il “plein air” dell’America rurale (“Burly Cobb’s House South Truro”, 1933 e tutta la serie di dipinti realizzati in questo villaggio del Massachusetts).
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Ma, soprattutto, Hopper si distingue come cantore della solitudine femminile (“Summer interior”, 1909, “Morning Sun”, 1952, “A Woman in the Sun”, 1961).
Pittore americano certo, ma non caratterizzato come altri di quel periodo, tipo Ben Shahn o Pollock (questi assolutamente all’opposto). “L’arte non deve essere americana”, ebbe a dichiarare, “deve essere universale. Non deve dare importanza ai propri caratteri nazionali, locali o regionali. Tanto non si può comunque prescindere da quei caratteri. Basta essere se stessi per mostrare necessariamente la razza e la cultura a cui si appartiene con tutte le proprie caratteristiche”. Vero, ma di certo allorché, appena entrati nella mostra, si incontra la ricostruzione in scala di un suo celebre quadro, “Nighthawks” (1942), il “saloon” con qualche avventore seduto che sorseggia whiskey e Joe, il barman (si chiamano tutti Joe nei film americani), che prepara un altro drink, beh, questa è America, ragazzi. La terra del Mito.
“Edward Hopper”, Fondazione Roma Museo, via del Corso 320, fino al 13 giugno 2010. Orario: tutti i giorni 10-20, venerdì e sabato 10-22, lunedì 10-15. Biglietti: 10 euro, ridotto 8 (ridotto scuole 4,50).
Per informazioni 06.6786209. www.fondazioneromamuseo.it
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(14.05.2010)
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