Cultura
L’Aiace in scena al teatro greco di Siracusa
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nostra inviata
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di Ambra Caserta
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 L’Aiace di Sofocle rivive al teatro greco di Siracusa; a giorni alterni con la Fedra di Euripide, la tragedia, scritta probabilmente intorno al 450 d.c., sarà in scena fino al 20 giugno. Il XLVI ciclo di rappresentazioni classiche a Siracusa, anche quest’anno, promossa dall’Istituto Nazionale Dramma Antico, non manca di attrarre milioni di spettatori; è il fascino di uno spettacolo con la s maiuscola, uno di quegli eventi indiscutibilmente apprezzati, complice di certo la meravigliosa cornice che lo accoglie. Gremiti i gradoni dell’anfiteatro greco, storica culla delle intense rappresentazioni, a testimonianza di un interesse sempre più vivo verso un’antichità che sa mostrarsi decisamente attuale. L’universalità dei temi dell’onore e della gloria, dell’insuperabile conflitto tra volontà e destino, non fa che mettere in luce l’inesorabile debolezza della condizione umana. E nell’Aiace il pessimismo sofocleo risuona con irruenza, sfumato da un velo di follia, quella follia tanto cara alla tradizione ellenica.
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Personaggio particolarmente carismatico, Aiace Telamonio, re di Salamina, è il vero eroe, sempre fedele ai sacri principi dell’onore e del rispetto; il dramma si apre però con un’immagine diversa di Aiace, con la sua ira smisurata e con la cecità provocatagli volontariamente dalla terribile dea Atena. Con la morte di Achille, gli Atridi Agamennone e Menelao, capi dell’esercito greco, decidono discutibilmente di destinare le armi del valoroso combattente a Ulisse. Una scelta che lascia spazio alla furia incontenibile dell’eroe Aiace, fulgido esempio di forza e temerarietà, e per questo degno successore del Pelide. Ma la spietata Atena non lascia spazio alla sua rabbia e, messasi dalla parte di Ulisse, agisce sugli occhi e sulla mente dell’eroe, sostituendo il suo desiderio di vendetta con una cecità folgorante; così Aiace, pensando di scagliarsi contro i suoi acerrimi nemici, si trova invece a uccidere buoi e montoni degli Achei, per poi ricoprirsi di vergogna nel momento in cui, riappropriatosi della sua lucidità, scopre il terribile misfatto.
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Impossibile rimediare a un simile scredito se non con un’azione liberatoria, capace di garantire la Kléos (l’immortalità della gloria), a costo di sacrificare persino gli affetti più cari; e a nulla varranno le dolci parole dell’amata Tecmessa, impegnata docilmente a dissuaderlo da una decisione così estrema, così come si mostrerà completamente inutile l’intervento del fratello Teucro, che invia in ritardo un messaggero a riferire i pensiero di un oracolo. In un baratro di disperazione e sofferenza, Aiace si ritira in solitudine, per poi togliersi la vita con la spada donatagli dal troiano Ettore. Il suo corpo resterà a troneggiare in scena fino alla fine, a far da sfondo alle accese discussioni tra Agamennone e Menelao (decisi a rifiutare la sepoltura del cadavere), e un Teucro determinato a onorare il defunto fratello; fondamentale l’intervento di Ulisse che, abbandonato il suo ruolo di odiato nemico, si cala con saggezza nella disgrazia di Aiace, scegliendo di rendere omaggio alla sua morte.
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Una tragedia strettamente legata ai conflitti umani, al logorio psicologico che accompagna l’uomo nel momento in cui si trova dinnanzi alla sua piccolezza; Aiace, interpretato da un eccellente Maurizio Donadoni, oscilla drammaticamente tra la sua arroganza di eroe possente e acclamato, allo sconforto dato dalla sua limitatezza umana. Alla sua indole rude e iraconda si contrappone l’equilibrio di un “attempato” Ulisse (un puntuale Antonio Zanoletti), così come la pacata assennatezza di Tecmessa (un’intensa Elisabetta Pozzi), sempre pronta, con amorevole buonsenso, al fianco del marito; un’interpretazione lodevole anche per Teucro (Giacinto Palmarini), Menelao (Mauro Avogadro), Agamennone (Francesco Biscione), Atena (una solenne Ilaria Genatiempo) e per i soldati. Personaggi contrastanti che si muovono tra le maestose scenografie dello spagnolo Jordi Garcés; mura di legno spalleggiano un parallelepipedo che nasconde la stanza degli orrori del protagonista, mentre le acque artificiali seguono i passi di Atena e Aiace, e accompagnano le ricerche disperate dei soldati, insieme alle vibranti musiche di Marco Podda. La regia di Daniele Salvo perpetua con emozione lo splendido testo sofocleo, attorniato dall’aura magica di un teatro che gelosamente conserva la sua tradizione.
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(26.05.2010)
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